Il sabato sera, in quegli anni, era sempre una noia incredibile: ci si trovava al solito bar sullo stradone, quello con gli interni stile autogrill e qualche ferro di cavallo appeso allo zoccolo di piastrelle da bagno a dare l’impressione country.

Si beveva un paio di birre, giusto per fare le undici e poi si pensava al da farsi.

Eravamo una decina, noi, quelli della compagnia: lavoravamo tutta la settimana come negri, che poi sono proprio loro a toglierci il lavoro e noi per tenercelo dobbiamo dare il meglio, maledetti stranieri!

Beh, dicevo, lavoravamo tutta la settimana e il sabato sera, almeno quello, dovevamo vivere, vivere e vivere, per Dio!

Il fatto è che, finite le birre, si doveva inventare qualcosa di nuovo.

Prima provavamo la discoteca: solite palle, neanche l’Extasy ci sballava più.

I più stronzi della compagnia facevano una partita al bowling e poi ad imboscarsi con la morosa.

“Cristo,” dicevo io “con la morosa ci puoi andare quando vuoi. Al sabato sera bisogna vivere!”

Un paio di notti provammo a girare per la città in cerca di locali: lasciato però il solito bar di Walter, tutto chiuso.

Silvano, una volta, la sparò grossa: “Ehi, ragazzi, perché non ci facciamo una bella gara in macchina?!”

“Questa sì che è una stronzata,” risposi, “non saremo mica così coglioni da andarci ad ammazzare!”

“Giusto” disse qualcuno che leggeva i giornali.

Poi, una sera, ebbi l’idea grandiosa.

“Ragazzi,” dissi al bar dello stradone, “stasera ci divertiamo, fidatevi di me!”

Partimmo ed eravamo una decina, con tre o quattro macchine; ci fermammo davanti a una chiesa, caricammo il bagagliaio di grosse pietre e poi andammo sul cavalcavia a pochi chilometri da casa.

Fu uno spasso meglio del bowling: “Mancato! Colpito!” urlavamo…

Poi a un certo punto io, il migliore, feci centro: “Bingooooooo!”

Forse nessun motivo è valido per morire, ma morire senza un motivo è sempre triste.

A volte parliamo di destino, la malattia, un errore di guida, ma morire per il divertimento, l’inspiegabile folle divertimento altrui, è qualcosa che non riesco a spiegare.

La mia non era una famiglia perfetta, perché non esiste una famiglia perfetta, la mia era la mia famiglia: amavo mia moglie e lei amava me, adoravamo i nostri figli, gli orfani di oggi.

Ora è il silenzio.

Non c’è nessuna giustizia umana che possa restituire quanto ho perso; c’è solo un inspiegabile vuoto, una ferita assurda che non sanguina: sono finite anche le lacrime strozzate e rimane la dignità di guardare, nelle notti di vento freddo, fuori dalle finestre di casa per mangiare l’aria e chiedere perché di fronte a tanta immensità siamo così piccoli e vulnerabili eppure così forti da ucciderci l’un l’altro senza un motivo.

La tv rimane spenta, i bambini dormono.

La vita, assurdamente, continua.