Seneca ed io ci trovavamo di rado, ma da veri amici, nel solito bar intriso di fumo e puzza di alcol. Ordinavamo la solita bottiglia, il solito vino, il solito Barbera e una non bastava mai. Poi lui attaccava e l’argomento era sempre lo stesso: donne, amori.
Seneca non mi raccontava di imprese sessuali, di salive e di pelle; non era volgare: lui amava le donne e, a modo suo, le rispettava, tutte.
Non mi diceva neppure ho baciato quella, l’ho sfiorata: troppo rispetto nutriva per loro, per una gonna, per cento e più gambe, per mille e più menti.
Però aveva bisogno di parlarne, perché lui sapeva incasinarsi sempre con le donne e, dopo averne baciata una, non le diceva “Mi piaci” o, chessò, “Ti voglio bene”, come io da scemo avrei detto; lui, il Seneca, dopo averne baciata una la fissava negli occhi e le diceva: “Ecco, ora mi sono incasinato”.
Per questo doveva parlarne, perché era incasinato ed io ero l’unico amico di cui si fidava.
Erano gli anni meravigliosi dell’Università, in cui la rabbia di sapere e volere non riusciva a vincere in me la paura di sapere e volere: e vinceva l’alcol.
Per Seneca accadeva lo stesso con le donne: in fondo amavamo tutte due al femminile, io la bottiglia sopra i 20 (gradi), lui le ragazze, senza problemi di età.
Una sera come le altre, come le tante e le troppe, ci trovammo al Bar dell’Angolo, lui giunse con qualche minuto di ritardo. Serrava un nodo in gola.
“Mi sono incasinato” disse subito.
“Prima sediamoci e ordiniamo da bere” gli risposi.
In quel tempo Seneca usciva da qualche mese con una certa Luisa. Qualche mese, per lui, voleva dire aver già dato quasi tutto se stesso, perché lui amava davvero e ogni secondo, ogni istante delle sue giornate la sua mente prendeva la forma della Beatrice o di Laura… e lui volava, il Filosofo.
“Oggi”, mi disse, “ho visto Raffaella”.
Ho visto significava, per lui, tutte quelle storie di saliva e di pelle che non avrebbe mai osato descrivere.
Per quella serata, nulla di straordinario, avrebbe scelto una delle due: questo mi fece credere.
Lo rividi dopo un mese, al Bar per caso, seduto ad un tavolo da solo, con la testa fra le mani.
Ormai m’ero quasi dimenticato di lui, perché io, pur in sua assenza, avevo continuato a bere. Aprofittai dell’occasione e mi sedetti al suo tavolo.
“Oh, sei tu…” mi disse asciugandosi gli occhi.
“Oh, sei tu... dovrei dirlo io!” gli risposi.
“Sei ancora incasinato?”
“Lo sono di più,” mi disse “mi sto consumando. Le amo tutte e due, le amo da morire tutte e due. Le amo, mi sdoppio per dare a tutte due tutto me stesso, non posso pensare neanche per un istante di sacrificare una o l’altra o dare all’una od all’altra solo metà di me stesso; macché metà, solo un centesimo meno di me stesso”.
Seneca sapeva amare, non c’era dubbio.
Per altri tre mesi non lo vidi più né lo sentii.
Poi un giorno mi arrivò un invito a casa: “Il signor Seneca Giorgini e la signorina Luisa Fanelli annunciano il loro matrimonio che avverrà….” ecc. ecc.
Fin qui niente.
Un’altra volta, girovagando nell’atrio dell’Ateneo, incontrai Corsini, un secchione che non perdeva un’ora di lezione neanche dietro minaccia armata.
Lo fermai per chiedergli degli appunti: dovevo, almeno, far finta di studiare qualcosa oltre alle etichette delle bottiglie che svuotavo.
“Oh, sei tu…” mi disse.
Nella vita mi hanno sempre detto Oh, sei tu… che io ho sempre interpretato come Sei solo tu, niente di eccezionale. A volte, aprendo una bottiglia mi pare che mi dica: “Oh, sei tu…”
“Scusa, Corsini” gli dissi, “puoi mica passarmi gli appunti del corso di Filosofia Teoretica?”.
Corsini mi disse che saremmo potuti andare insieme a fare le fotocopie: “C’è proprio un negozio qui davanti che le fa a 50 lire!”
Io accettai.
Smacchinavo con la fotocopiatrice e fingevo di parlare di Aristotele con Corsini e, a un certo punto lui cambiò discorso: “Lo sai che Seneca Giorgini si sposa?”
“Lo so” gli risposi voltando pagina degli appunti.
“Mi ha invitato al suo matrimonio”.
“Ha invitato anche me” dissi sfogliando gli appunti abbagliato dalla luce della fotocopiatrice, nella fretta smanettata senza coperchio.
Poi Corsini mi gelò: “Sono contento che si sposi con Raffaella Ramazzi, è una brava ragazza, in regola con gli esami”.
“Che cazzo dici?” gli chiesi facendolo arrossire.
“Perché la Ramazzi non ti è simpatica? Non ti passa gli appunti?”
Allora capii.
Chiesi a Corsini a che ora fosse la cerimonia e lui mi disse alle 11 e 30. Io ero invitato a quella delle 10.
Alle 9 e 30 ero davanti al primo teatro: quello della chiesa dove Seneca doveva sposarsi con Luisa. In tasca avevo la borraccia del whisky ed era già a metà.
Lo vidi arrivare dopo dieci minuti e gli corsi incontro: “Ti sei bevuto il cervello?”
Lui non si scompose: “Grazie per essere venuto. Le amo” mi rispose quasi con beatitudine.
“‘Fanculo” pensai e tracannai il whisky in un angolo cercando di non farmi vedere dagli altri invitati, anche se mi divertiva pensare che si sarebbero scandalizzati nel vedermi bere senza sapere quanto, invece, si sarebbero scandalizzati qualche ora dopo.
In chiesa, durante la messa, grazie a due simpatiche ed affatto riservate signoracce potei apprendere che Luisa aspettava un bambino. “Che vergogna,” disse una delle due, che di cazzi in vita ne aveva assaggiati tanti “non c’è più religione”. Vero.
La cerimonia finì alle undici.
Subito dopo la firma dei testimoni, gli sposi uscirono e furono inondati dal riso. Iniziarono i baci alla sposa, ma Seneca dopo le prime tre strette di mano disse: “Scusatemi un attimo”. Prese sottobraccio la madre, quasi di peso, e si allontanò.
Io, ovviamente, li seguii, un poco da lontano, quasi per vergogna e fermandomi ogni minuto circa a sorseggiare dalla borraccia.
Durante il percorso la madre imprecava e chiedeva a Seneca “Ma cosa fai? Torniamo indietro!”. “No,” rispondeva lui “mi devi accompagnare all’altare, è il mio matrimonio”. “Ma l’ho già fatto” rispondeva la donna e lui: “No, non del tutto. Le amo”.
Mi veniva da ridere: non pensavo a cosa sarebbe successo dopo; la mia unica speranza era che andasse in porto almeno uno dei matrimoni: per nulla al mondo avrei rinunciato alle mie quattro bottiglie di vino della cerimonia.
Arrivammo all’altra chiesa, Seneca e sua madre un po’ prima di me, ovviamente.
Fuori dalla chiesa c’erano già parecchi invitati.
Corsini, con un vestito troppo stretto e la faccia da maiale, andò incontro a Seneca che lo allontanò in malo modo. Capii che il secchione era stato invitato dalla sposa.
Arrivò la sposa e la madre di Seneca cercò di protestare, subito messa a tacere dal figlio che poi la obbligò a portarlo all’altare.
“Cosa succede? Non capisco” urlava sottovoce la donna al mio amico, ma lui la zittiva con dei “Ssst”.
Seneca arrivò all’altare e poco dopo giunse la futura moglie.
Due vecchiacce, dietro di me, avevano già spettegolato nello stesso modo delle donne che avevo udito al precedente matrimonio.
Fu a quel punto che la madre di Seneca mi vide. Mi si avvicinò e mi disse di uscire.
Fuori mi si rivolse con tono materno, ma severo, duro: “Tu lo sai cosa sta succedendo, vero?”
“Sì,” risposi “suo figlio si sta sposando. Il problema è che non lo fa con una donna, ma con due”.
Lei scoppiò a urlare, poi corse via.
Dopo qualche minuto arrivarono tutti gli invitati dell’altro matrimonio e Luisa, la prima sposa.
Fu il finimondo.
E urla e botte, candelabri per terra e pianti.
“Scandalo!” urlarono le quattro vecchiacce rimaste a godersi la scena.
Seneca rimase impassibile e sorrideva e ripeteva ai preti e alle madri, ai suoceri e alle spose: “Le amo, le amo tutte e due. E i loro figli”.
Fu un macello.
Io finii la borraccia del whisky e dentro di me rimpiangevo almeno una delle due cerimonie. Per me, poi, sarei andato a tutte due: il vino non è mai abbastanza.
Dopo un po’ mi stufai e me ne andai al Bar dell’Angolo.
Ci stetti tutto il pomeriggio e mi ubriacai.
Alla sera vidi arrivare Seneca, ancora con l’abito da cerimonia. Si sedette al mio tavolo e pianse come non l’avevo mai visto piangere.
“Le ho perse,” disse “le ho perse tutte due. Il mio amore, Luisa. Il mio amore, Raffaella. Dove ho sbagliato? Io le amavo, le ho dato tutto me stesso. Dove ho sbagliato?”
“Bevi” gli dissi.
E lui, quella volta cominciò a bere forte e non smise più.
Da quel giorno Seneca si trasferì a casa mia, trovò un posto come facchino e comprava lui da bere: a me faceva comodo, forse gli volevo anche bene.
Nelle sere d’estate stavamo alla finestra e lui non parlava. Io gli chiedevo: “Cos’hai?” e lui mi rispondeva: “Ascolto il vento” poi beveva ed iniziava a parlare di Luisa e di Raffaella e dei loro bambini. Ne parlava come fossero vive.
Una sera lo vidi piangere come piangeva al Bar dell’Angolo e ripeteva: “Le amo tutte due. Voglio essere due per non negare niente di me a nessuna”.
Piangeva e beveva.
Io bevevo soltanto, ma allora capii che continuava ad amare Luisa e continuava ad amare Raffaella.
E le amò fino a morire.
Ora tocca a me: la bottiglia, l’ultima, è quasi terminata.