Mio padre mi ha lasciato tante cose: il suo amore, la sua arte, il suo sorriso, le sue parole sagge, la sensazione dolce e calda della sua barba morbida quando, già anziano, lo baciavo come se fosse l’ultima volta, o la prima.
Mio padre mi ha lasciato tante cose, anche una vecchia casa nel centro storico della città, dove non abito, ma ogni tanto mi rifugio.
Ormai l’estate è diventata l’unico momento possibile per dedicarmi alla vecchia casa, ai piccoli lavoretti per mantenerla in piedi: un filo elettrico da cambiare, una persiana da verniciare, il bianco sui muri.
Mentre mi dedico a queste piccole cure e il sole si riflette sul porfido del vicolo, lascio aperto l’uscio e il mondo attorno si rivela con voci e incontri segreti che fingo non mi interessino.
All’una in punto una madre chiama i figli a tavola, la formula è sempre la stessa: “È pronto!” urla.
Le fa eco la voce di una ragazzina: “Arrivo subito!”
La donna chiama ancora: “Ivan!”
Poi i due ragazzini litigano, lo so, conosco la storia, e la madre si spazientisce.
La ragazzina la distrugge: “Sai, mamma, forse Ivan è così cattivo perché quand’era piccolo lo picchiavi sempre”.
Esce il mio vicino con il cagnolino, mi guarda e mi saluta.
Contraccambio freddamente: questa volta, lo sa, non può far pisciare il cane contro la mia porta e lo strattona.
A tutto, improvvisamente, si sovrappone il lamento dell’anziano che abita accanto: figli, parenti vari e badanti iniziano a parlare ad alta voce, poi una esce mentre sto fumando una sigaretta. La sento parlare al cellulare: chiede l’ennesimo aiuto ai servizi sociali.
“Vuoi il vaso?” domanda il figlio all’anziano e lui riprende a piangere e lamentarsi più forte di prima.
Getto il mozzicone dentro un tombino poco lontano e un cagnolino dietro ad un cancello cieco di ferro inizia ad abbaiare.
Lo ignoro e guardo un’altra casa poco distante.
“Chissà come sta l’infermiera?” penso.
In ogni finestra c’è un peluche: un orsacchiotto, un cagnolino, un coniglietto.
Li espone ogni giorno la figlia: “Quanti anni avrà adesso?”
Allora la vedo uscire: non è più una bambina, avrà almeno venticinque anni.
Non è bella: non è molto alta e ha il corpo tarchiato, forse anche un po’ mascolino se non fosse per i seni che propendono con arroganza sotto una polo verde.
Si veste male, è rozza: jeans, scarpe da ginnastica e maglietta.
Mi vede, a dorso nudo, mentre contemplo il mio lavoro.
“Salve!” mi dice.
Contraccambio con un ciao e mi sento vecchio.
Poi incrocio i suoi occhi e scopro la sua bellezza segreta: sono di un azzurro vivo e toccano nel profondo; il viso è dolce e un ciuffo di capelli biondi le scivola sulla fronte mentre spinge il cane dentro l’auto per portarlo a scorrazzare chissà dove.
Non la guardo andarsene, rientro in casa e riprendo a dipingere con il pennellino uno zoccolo di legno grezzo.
Ma i miei pensieri sono già volati via con lei, verso un sogno adolescenziale asincrono dove la immagino tornare, avvicinarsi a me per parlare del più e del meno, una carezza sul petto, un bacio semplice sulle labbra e di nuovo l’incontro con i suoi occhi.
Il volume alto di un televisore mi riporta alla realtà.
Riconosco la trasmissione, Camera Café, e stranamente sento da un’altra parte l’eco delle battute.
All’inizio penso davvero che sia un’eco, poi mi accorgo che anche l’infermiera sta guardando quella trasmissione.
Le persiane sono chiuse, è il primo pomeriggio di una calda giornata d’agosto; per un attimo immagino che sia tornata la figlia dell’infermiera, il sogno riappare e diventa illusione, ma poi ha il sopravvento la curiosità: mi chiedo come mai lo stesso programma televisivo si senta prima in una casa e poi nell’altra, guardo sui tetti e capisco che uno dei due televisori riceve il segnale da un’antenna satellitare.
Rientro in casa e finisco il lavoro: per oggi basta.
Nella sala, il mio computer portatile è ancora in stand-by.
Lo riattivo digitando la password e scrivo, sorseggiando qualche lacrima di Rhum.
Infine lascio la vecchia casa e torno ai miei affari di sempre, con il rimpianto per un incontro rimasto sospeso in un afoso pomeriggio di Agosto e nella mente, difficili da dimenticare, i suoi occhi azzurri.