Quel giorno Anselmo risalì la vecchia scalinata che dalle vie del centro portava al convento e mentre osservava i pendii erbosi alla sua destra, rivide con la memoria l’immagine di nonna Carolina, china, il fazzoletto in testa, che raccoglieva i denti di cane.
Ne erano passati, di anni da quelle stagioni in cui, bambino, Anselmo possedeva il mondo attorno: il pensiero unico e costante del gioco, della scoperta e solo la scuola come lieve fastidio.
Comunque c’erano le estati, puntuali ogni anno, con tre mesi di assoluta libertà: mamma lo lasciava andare, almeno lì, attorno a casa, e quasi a tutte le ore.
Si poteva, a quei tempi.
E c’erano gli amici della stessa età: decine di piccoli demoni con i crostoni ai gomiti e alle ginocchia, con l’eterno moccio al naso, le mani e le unghie sempre nere, le magliette e le canotte con le patacche.
Avevano voglia, i genitori a lavarli e sfregarli con spugne quasi abrasive!
Loro sgattaiolavano subito fuori, in una strada, in una piazza, in un prato trasformato in campo da calcio, su un albero ad arrampicarsi, in un oratorio qualsiasi.
Era il mondo della fanciullezza, l’isola della felicità.
Si ruppe tutto, scomparve, per Anselmo come per chiunque, quando qualcosa iniziò inspiegabilmente a ribollire nelle vene, fino al giorno in cui l’innocenza dell’infanzia fu espulsa con un gesto, con uno schizzo.
Anselmo, nell’età confusa dell’adolescenza, alternò gli istinti allo studio: non era felice, ora lo sapeva e sapeva capirne il motivo, ma così andò finché crebbe e trovò l’amore, più di una volta, fino a quello definitivo.
Seppe essere allora un uomo forte e deciso: come si dice, si sposò e fece carriera.
Con la moglie e i figli abitò un’altra casa, lontana, ma non abbandonò mai il centro della vecchia città: si tenne una piccola dimora che gli avevano lasciato i suoi e ci tornava spesso per fare qualcosa di inutile, forse solo per ritrovare il silenzio del cuore antico del borgo.
Anselmo amava camminare per le strade lastricate dal porfido, rivedere i vecchi del quartiere, che ricordava da sempre, giocando talvolta a fare la conta di quelli rimasti e di quelli non trasformati dalla cattiveria o portati via dalla morte. Ne restavano sempre meno.
C’erano però figure nuove che penzolavano tra i vecchi muri e le vie consumate: persone spesso venute da luoghi e mondi lontani.
Pochi metri dopo la sua vecchia casa abitava una ragazza.
Era impossibile non notarla: sotto ad un volto dolce, gli occhi verdi e i capelli biondi, l’abbigliamento eccessivo come un costume grottesco era l’etichetta inconfondibile della sua professione.
Anselmo la incontrava di sovente, più volte al giorno: lei lo fissava, quasi mangiandolo; lui, per lo più, la ignorava: felicemente sposato e con tre figli, stimato e riverito dalla gente che guarda le apparenze, le passava accanto senza risparmiarsi un’occhiata furtiva e lo pensava: “Una di quelle”.
Accadde in un pomeriggio d’estate troppo caldo per lasciare indifferenti i corpi e il sangue che scorreva arroventato dall’arsura: “Ciao” disse lei incrociandolo in strada.
Anselmo rispose con un saluto distaccato e tirò dritto: “Cerca clienti” pensò.
Lei se ne tornò nella stanza buia, fatiscente, i muri umidi e si spogliò completamente prima di gettarsi, nuda e sola, su una branda con il materasso che puzzava di muffa e di odori altrui.
Pensò a lui: le piaceva quell’uomo che sembrava forte, le piacevano quegli occhi scuri e decisi che scavavano, così diversi dai suoi, chiari e tristi.
“Se fossi un’altra…” pensò.
Anselmo, dopo qualche commissione inutile, se n’era tornato nella vecchia casa: bevve un goccio di whisky con ghiaccio, com’era solito fare dopo mangiato, poi iniziò qualche lavoretto, una persiana da verniciare, un muro da stuccare.
Fu inspiegabilmente e improvvisamente, mentre lavorava a dorso nudo per combattere la calura, che ripensò a quel “Ciao” e il sangue iniziò a bollire nelle vene, più forte, più caldo, proprio come ai tempi dell’adolescenza.
La sua ragione cercò di mandar via i pensieri cattivi: pensò a Socrate e lui, l’auriga, tentò in tutti i modi di spronare il cavallo bianco, ma il nero era più forte e trascinava la biga con una forza incredibile fino a trasportarlo fuori di casa, le gocce che scendevano sulla fronte.
In pochi istanti, quasi di allucinazione, fu davanti alla porta della casa della donna.
Bussò e lei aprì.
“Ciao” disse Anselmo.
“Entra”.
Lui obbedì e seguì le forme un po’ sfatte di lei che si muovevano verso la stanza, quella stanza.
Lei si coricò sulla branda e mostrò il fiore.
Il resto venne da sé.
Da allora non torno più nella vecchia casa e nel quartiere, forse solo per la vergogna.
Fino a quel giorno.
Anselmo arrivò in cima alla scala che portava al convento e si trovò davanti alla piccola chiesetta.
Diede uno sguardo veloce alla statua della Madonna al centro del sagrato antistante, gli era sempre piaciuto quel posto, fin da bambino, poi guardò l’ora ed entrò in chiesa.
Un frate aveva iniziato da poco a dir messa: nei primi banchi c’erano tre o quattro anziane, le solite, e in mezzo, davanti all’altare, una bara.
Anselmo percorse tutto il corridoio centrale, lentamente, nonostante le tre pie lo guardassero con curiosità e diffidenza; si avvicinò alla bara, poggiò la mano all’altezza della testa, noncurante della cerimonia che proseguiva imperterrita, e abbassò il capo.
“Ciao” disse sottovoce.