Oggi, l’orologio della chiesa del mio paese è fermo alle tre e cinque.

Quassù, ai piedi del monte Antola nell’estremo sud del Piemonte, il tempo s’è fermato.

Il mio paese, d’inverno, conta un solo abitante, ma è il mio paese.

Ci sono tornato tre anni fa, dopo il pensionamento. Ho lavorato in fornace, giù in pianura, dagli anni Sessanta.

Non ricordo bene come cominciò la fuga dai monti: deve essere iniziata nel ’62 o ’63.

Il ’56, invece, lo ricordano tutti per la neve.

Qui, da noi, aveva raggiunto il metro abbondante.

Io e mio fratello stavamo portando su della legna dal fiume, ché i torrenti vanno puliti sennò poi allagano tutto, e lui era scivolato in un canalone. Si era fatto un brutto taglio alla gamba ed il dottore, perché allora c’era ancora gente quassù, ci disse che era da portare in ospedale.

“Fai presto a dire, tu”, gli dissi, “ma con un metro di neve non si va da nessuna parte!” Eravamo nel ’56.

Il dottore mi chiese del disinfettante, addormentò mio fratello e dopo aver arroventato la lama nel fuoco gli segò la gamba.

Comunque fu negli anni Sessanta che iniziammo ad andarcene dal mio paese.

Giuseppe Romita, che quassù tutti lo votavano, ci portò la strada: le vecchie mulattiere vennero asfaltate e si partì.

C’è ancora un monumento a Costa Salata in memoria di Romita: una specie di albero aggrovigliato di ferro che non si sa a cosa serva.

I primi a partire furono quelli di Chiapparo: là, in mezzo ai boschi di faggio e rovere e castagno, avevano ormai poco da fare. Forse avevano qualche mucca, castagne quelle sì, ma in quanto a grano…

Sì, quelli di Ciapà furono i primi: chi andò a Genova, chi in raffineria a Busalla.

Io, più per mio fratello sempre bisognoso di cure, me ne andai solo nel 1964.

Quelli di Reneuzzi, o Reneusci come diciamo noi, non furono gli ultimi.

Poi da loro eran successe brutte cose: chi se lo dimentica Davidino che si era innamorato di una di Boncaglia, ma i suoi di lei non volevano?!

Forse eran anche cugini: qui sai mai se sei parente o no e, poi, magari, ti nasce il bambino di quelli un po’ così, un po’ tocchi, ecco!

Davidino, allora, un giorno aveva pescato la ragazza insieme ad un altro… poi non si sa bene come finì: lui si ammazzò con una corda in un bosco, ma forse l’han fatto fuori ché lui li aveva ammazzati a quei due.

Non si sa bene, bisognerebbe chiedere a Campassi, perché a Reneusci sta crollando tutto e non c’è più nessuno.

Forse nei boschi lì vicino c’è ancora qualche rimasuglio di carbonaia.

E quella in carbonaia, quella sì che era vita dura: una settimana in mezzo ai boschi a far fumo in quelle cataste e poi portare coi muli il carbone fino a Isola del Cantone, alle fabbriche.

Chi non è stato in carbonaia?

Sposato, sì, mi son sposato con una di qui, ma mi è morta dieci anni fa: tumore.

Sarà l’aria di città: per questo me ne sto sempre qui, nella mia vecchia casa del mio vecchio paese.

Di questo posto dicono sia freddo perché è esposto a Nord.

Oh, io freddo non ne ho mai sofferto!

La Ginetta, la maestra, lei sì: forse nel 1960 venne a far scuola qui da noi, aveva un alunno soltanto.

Si fermava tutta la settimana, perché lei è di Mongiardino.

A proposito, come sta la Ginetta?

Beh, lei veniva su col mulo e stava nella casa canonica.

La prima volta disse che dormiva nel bagnato, che era umido e quando non era umido i muri brillavano, dal gelo che c’era!

Poi l’alunno è cresciuto e la Ginetta se n’è tornata a Mongiardino, anzi al Lago Cerreto dove suo zio aveva l’emporio e c’era di tutto.

Vicino c’era l’osteria, il forno del paese e tutti si trovavano là, a giocare a bocce e a carte: venivano da tutta la valle e anche dalla val Curone.

Sì, perché allora, c’era pieno di gente in questi posti.

Eh, anche al Lago, ormai, ci sarà solo la Ginetta e suo fratello Renato.

Forse c’é un ragazzo che va su ogni tanto, uno di quegli ambientalisti, quelli lì!

Oh, io a caccia ci son sempre andato: è che noi si lasciava stare la lepre coi piccoli. Adesso, invece, arrivano i foresti ed i villeggianti e sparano a tutto. A tutto cosa? Ai cinghiali, basta.

Ma ora ho un po’ di legna da portare in casa per caricare la stufa e stasera mi sento un po’ di radio, come una volta.

Cosa ci faccio qui a Magioncalda?

Ci muoio, ecco cosa ci faccio.

Ci muoio, in pace con l’Universo.